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L’Italia è un Paese quasi completamente circondato da mari, vanta quasi 7.400 km di coste ed è il Paese europeo col maggior numero di spiagge. Litorali, arenili e mari sono un patrimonio naturale inestimabile, che però in Italia non è, e non mai stato, adeguatamente tutelato e protetto. L’eutrofizzazione delle acque è diretta conseguenza dell’inquinamento, e viene identificata verso la metà del 1900 quale fenomeno connesso all’eccessiva presenza nelle acque di nitrati e fosfati, sostanze che nutrono gli organismi vegetali. Gli elementi maggiormente imputati sono azoto, fosforo e zolfo, derivanti da detersivi, fertilizzanti agricoli e acque reflue. L’eccessiva presenza di alghe causa la distruzione dell’equilibrio dell’ecosistema marino. Le alghe provocano una maggiore attività batterica, limitano gli scambi gassosi, compreso il passaggio dell’ossigeno dall’atmosfera all’acqua, e, quando muoiono, a causa ad esempio di temperature elevate, le loro decomposizioni, putrefazioni e fermentazioni provocano formazione di ammoniaca, metano ed acido solfidrico. Le alghe morte si depositano sul fondo marino creando anossia che priva l’habitat dell’ossigeno necessario e che ostacola la vita di animali e vegetali marini, mentre trovano favorevoli condizioni di sviluppo gli organismi anaerobici, che emettono sostanze tossiche. In un sistema eutrofico tra gli organismi in esso presenti si instaura una caparbia e molto stressante lotta alla sopravvivenza, poiché tutti concorrono all’accesso alle scarse risorse disponibili. I fiumi e i corsi d’acqua sfociano in mare riversandovi le sostanze inquinanti, causa di eutrofizzazione, raccolte durante il loro percorso. In Italia il sistema di depurazione è insufficiente: il 30% del Paese non è dotato di sistemi di depurazione adeguati e il 15% del Paese non è nemmeno collegato a reti fognarie. Un grave demerito per un Paese civile. Per la UE gli scarichi di acque reflue non trattate sono la principale fonte d’inquinamento delle acque, oltre che un pericolo per la salute delle persone e degli animali; per questo ha imposto ai Paesi membri il rispetto della Direttiva 91/271/CEE che disciplina il trattamento delle acque reflue. Fognature e depurazione sono temi prioritari persino rispetto al problema delle fatiscenti condutture “colabrodo” degli acquedotti italiani. E’ necessario estendere la depurazione al 100% delle foci dei fiumi e collegare il 100% della popolazione ai sistemi fognari, ma bisogna anche sanare i casi di cattiva gestione degli impianti, di impianti inadeguati alle variazioni di maggior carico del periodo estivo, di impianti divenuti obsoleti perchè mai rimodernati, di impianti mal funzionanti perchè non regolarmente manutenuti, dai quali fuoriescono acque non depurate nonostante il passaggio attraverso il depuratore. Il trattamento delle acque è una necessità di prim’ordine. La buona qualità delle acque è fondamentale per l’Italia che deve puntare sul turismo per rilanciare l’economia. Ovvio che in uno scenario nazionale di dissesto infrastrutturale, brilla il PSBO (Piano di Salvaguardia della Balneazione Ottimizzato) che il Comune di Rimini, il gruppo Hera e Romagna Acque-Società delle Fonti stanno realizzando a Rimini. Ma il PSBO salvaguarderà davvero la balneazione? E, soprattutto, salvaguarderà l’ambiente e il mare? Analizziamo alcuni numeri del Piano. 154 milioni di euro il costo complessivo preventivato del PSBO, 45 km di nuove condotte fognarie per depurare 148.000 metri cubi al giorno di acque reflue, corrispondenti a 4.500.000 metri cubi al mese di “acqua eccellente” prodotta dal mega depuratore, il più grande d’Europa, con tecnologia di ultrafiltrazione a membrane, con impianto di disinfezione finale per eliminare batteri e virus, ed il cui costo è 26 milioni di euro. Il vecchio depuratore rimarrà attivo e servirà 220.000 abitanti, cui si aggiungerà il nuovo impianto che servirà 340.000 abitanti per un totale di 560.000 abitanti. Nel nuovo impianto verranno trattate le acque reflue dei Comuni di Rimini, Coriano, Santarcangelo, Verucchio, Poggio Torriana, Bellaria Igea Marina, San Leo, Borghi, e della Repubblica di San Marino. I costi del PSBO sono sostenuti per il 20-25% da denaro pubblico, e per la parte rimanente da Hera, Romagna Acque ed Amir, che ovviamente recupereranno i costi con gli aumenti tariffari dei prezzi di vendita dei loro servizi agli utenti, stimati nel 4-5% a partire dal 2015, per circa 25 anni. Tutto bene. Anzi benissimo. O quasi: a proposito di costi, secondo rumors ufficiosi non ancora ufficiali, l’importo complessivo sarebbe già lievitato di quasi 100 milioni di euro, e si è solo a metà dell’opera. Ma la domanda è: dove va a finire l’enorme volume d’acqua prodotta dall’avveniristico depuratore? Il 13.3.2012 l’Ing Massimo Totti, in un’assemblea organizzata da Rotary Rimini e dall’Associazione culturale “La cosa giusta”, dichiarò pubblicamente ed ufficialmente che il Comune aveva l’obiettivo di utilizzare le acque reflue depurate a scopi irrigui a partire dal 2016, ovvero dalla ultimazione del depuratore di S. Giustina. Annuncio confermato il 23.4.2013 in analoga circostanza dall’allora Assessora all’Ambiente Sara Visintin. Ma il progetto di utilizzare i reflui depurati a scopi irrigui, e che avrebbe dovuto essere realizzato entro il 2016, è finora stato disatteso. Precisamente, non se ne sa più nulla. E pare non siano stati previsti costi per la realizzazione dell’impianto di riuso dei reflui a scopi irrigui. Esperti che conoscono il PSBO sostengono che si continuerà a scaricare in mare. Dunque, l’affermazione che dal 2020 non ci saranno più scarichi in mare non corrisponde a verità. Una cosa è certa: le condotte sottomarine previste nel PSBO, ed in corso di realizzazione, avranno la funzione di scaricare materiale in mare. Di che materiale si tratta? Di acque reflue non depurate? O di acque reflue depurate? Qualunque sia la risposta, in entrambi i casi il PSBO ha fallito la sua mission di tutela dell’ambiente marino. Qualora si tratti di acque reflue non depurate, dopo la spesa di una montagna di denaro dei cittadini per un impianto che si propone e si vanta di essere un esempio, nemmeno una goccia d’acqua reflua dovrebbe finire in mare. E nulla vale che gli scarichi siano al largo, dove il mare è profondo e maggiore è la quantità d’acqua per la diluizione e diffusione dei reflui, anche perchè per il buon esito dell’intento, il fattore correnti marine ed il fattore distanza dalla riva dello scarico sono determinanti, e la distanza minima secondo gli esperti dovrebbe essere non inferiore ad 1 miglio dalla costa. Qualora si tratti di acque reflue depurate, depurare i reflui per lo scopo di continuare a riversarli in mare è dannoso per l’ambiente e vanifica qualunque investimento. Per ragioni chimico-fisiche l’acqua dolce dei reflui depurati non si miscela all’acqua salata del mare, e ciò costituirà un disastro per l’ambiente marino. L’enorme quantità di acqua dolce depurata e disinfettata che verrà sversata, si stratificherà sopra l’acqua salata, impedirà il passaggio dell’ossigeno agli strati sottostanti e causerà il proliferare di microalghe, che si depositeranno sul fondo marino provocando anossia, e che toglieranno trasparenza e colore alle acque marine. Inoltre l’ultimo trattamento dei reflui nell’impianto di depurazione prevede l’utilizzo di disinfettanti, sostanze chimiche sintetiche che si dubita siano compatibili con la biologia di un ambiente naturale quale il mare è, e che quindi causeranno ulteriore inquinamento. Per essere un modello di virtuosa efficienza di salvaguardia ambientale il PSBO dovrebbe realizzare i propositi iniziali di riuso dell’acqua reflua depurata a scopo irriguo. L’impianto di S. Giustina è localizzato ad un’altezza superiore rispetto ai campi che si potrebbero irrorare, pertanto il trasporto e la diffusione del depurato sarebbe agevole. Soprattutto nel periodo estivo, in cui si verificano siccità e scarsità idrica importanti per effetto delle mutazioni climatiche in atto, i reflui depurati impiegati a scopo irriguo sarebbero una preziosa risorsa per le colture agricole del nostro territorio. Anche ARPA (Agenzia Regionale di Protezione Ambientale) e ISPRA (Istituto Superiore di Protezione e Ricerca Ambientale) sostengono che le acque reflue depurate sono una risorsa idrica, da utilizzare per l’irrigazione, per il lavaggio delle strade, per l’alimentazione dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento, per l’alimentazione delle reti duali di adduzione, per azioni antincendio e per i lavaggi dei cicli termici. Ancora alcune domande. Si conoscono i costi di realizzazione del PSBO, ma sono stati stimati i costi di manutenzione e di esercizio del medesimo? E’ stato studiato e previsto un piano B nell’eventualità si verifichi un black-out elettrico ed elettronico del sofisticato PSBO? Si è sicuri che la vasca di accumulo di 35.000 metri cubi sarà sufficiente, considerando i volumi di reflui in occasione degli eventi meteo nei quali piove moltissima acqua in pochissimo tempo, e considerando la vastità del territorio servito e la velocità dell’afflusso acqueo? Non sarebbe stato quanto meno più prudente prevedere non una, ma una sequenza di grandi vasche comunicanti? Essendo in corso la campagna elettorale per la carica di Sindaco/ca, sarebbe interessante conoscere il parere dei/delle candidati/te in merito alle domande poste. Sarebbe inoltre buona cosa il/la neo Sindaco/ca, indicesse più di una assemblea pubblica in cui informare i cittadini, finanziatori dell’opera, sul funzionamento complessivo dell’impianto PSBO, anziché esibire, come accade ora, la sequenza degli step PSBO realizzati, quali baluardi di capacità e celerità. Il PSBO sarà terminato nel 2020 e si auspica che la PA mediti sulla sua stessa citazione “mare pulito”. Il mare è pulito se non è inquinato da contaminazioni antropiche. Si auspica che la PA realizzi gli intenti iniziali di riuso dei reflui depurati. Si auspica che la PA acquisisca consapevolezza della primaria necessità di tutelare l’ambiente, sempre troppo trascurato, perchè la salute ambientale è la vitale eredità che la attuale società consegnerà alle generazioni future.

Milena Montebelli

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